Intervista eslcusiva a Rocco J. Buttliere

Ho conosciuto Rocco J. Buttliere nell’ottobre scorso a Roma, durante Italy Brick Expo. Builder americano di Chicago, Rocco è stato senza dubbio uno dei protagonisti assoluti dell’evento: la sua SPQR è stata uno dei veri fiori all’occhiello dell’esposizione. La monumentale ricostruzione microscale della Roma imperiale ha catturato immediatamente l’attenzione di chiunque entrasse nel Palazzo dei Congressi, distinguendosi per ambizione, rigore e straordinario impatto visivo.

SPQR non è solo un diorama: è il risultato di anni di ricerca, progettazione e costruzione, un’opera che racconta la Città Eterna in modo accurato e sorprendentemente vivido attraverso i mattoncini. In questa intervista esclusiva, Rocco ci accompagna dietro le quinte del progetto, parlando delle sfide tecniche, delle scelte artistiche, delle soddisfazioni personali e della sua visione dell’architettura raccontata attraverso il linguaggio LEGO.

Buona lettura 😉

Ciao Rocco! Portare un progetto come Ancient Rome all’Italia Brick Expo di Roma ha un forte valore simbolico. Quali emozioni hai provato presentandolo proprio nella città che rappresenti?

È stato un vero onore avere l’opportunità di esporre SPQR davanti agli stessi romani. Ho avuto la fortuna di mostrare il mio lavoro in diverse parti degli Stati Uniti e anche in Europa, ma raramente mi capita di esporre un luogo iconico proprio nella città in cui è stato costruito.

Il mio diorama della Roma imperiale è un progetto di passione che porto avanti da circa quattro anni. Gran parte di questo tempo è stata dedicata alla ricerca, alla progettazione e alla costruzione, spesso affrontando difficoltà notevoli. Per questo motivo, vedere SPQR esposto a Roma – anche solo per pochi giorni – è stato molto importante per ricordarmi perché creo questo tipo di opere.

È stato incredibilmente significativo condividere fisicamente questo lavoro con persone che sanno esattamente cosa stanno guardando e perché è importante. Sono anche grato di sapere che l’opera abbia ispirato molti visitatori dell’evento, e trovo conforto nel pensiero che alcuni di loro torneranno a casa con il desiderio di intraprendere un proprio percorso creativo, qualunque esso sia.

In modo più leggero, è stato anche un vero piacere provare a rispondere alle domande in italiano e incontrare due gemelli appena nati, venuti al mondo sull’Isola Tiberina solo poche settimane prima!

La microscale è quasi una scelta obbligata per rappresentare una città vasta come Roma, ma comporta molte sfide. Quali sono state le principali difficoltà lavorando a questa scala?

All’inizio del progetto, la sfida più grande è stata stabilire stili visivi distinti per ogni tipologia di edificio. La Roma del IV secolo era composta in gran parte da insulae, horrea e domus piuttosto anonimi, costruiti con materiali modesti. Accanto a questi, però, c’erano strutture monumentali rivestite con i materiali più pregiati dell’epoca.

C’erano poi elementi paesaggistici come il terreno naturale a vista e le strade in grandi lastre di pietra che si arrampicavano sulle colline. Ognuna di queste caratteristiche ha ricevuto un trattamento visivo chiaro nel modello: tile grigie 1×1 per le strade, olive green e dark tan per il terreno, tan e light nougat per il tufo di horrea e insulae, e il bianco per le facciate monumentali in travertino o marmo.

Le domus e altri edifici pubblici minori, invece, mostravano una maggiore varietà di materiali, e quindi nel modello presentano dettagli più raffinati: colonne colorate nei cortili, impluvia a mosaico, fontane e persino statue decorative.

Nel complesso, credo che osservando il diorama in esposizione queste gerarchie risultino leggibili. Questo è sempre stato il mio obiettivo fin dall’inizio.

Guardando all’evoluzione del tuo lavoro, in quali aspetti tecnici senti di essere cresciuto di più negli ultimi anni?

Nel tempo il mio lavoro ha sicuramente acquisito maggiore sfumatura e complessità. Di recente sono passato a utilizzare prevalentemente un produttore alternativo di mattoncini, e i risultati sono stati eccellenti in tutta la mia produzione. Ora c’è un equilibrio molto più uniforme tra parti tan e light nougat, oltre a una palette cromatica più ampia che ha migliorato la leggibilità di elementi come marmi esotici e colonne dipinte.

Uno dei miei obiettivi è dimostrare che il mondo antico non era affatto spento o desaturato. I mattoncini sono un mezzo straordinario per ricostruire il passato nella sua vivace policromia, e l’accessibilità dei pezzi unita alla loro immediata riconoscibilità rende questo linguaggio particolarmente efficace e condivisibile.

Negli ultimi anni ho anche superato alcuni limiti che mi ero imposto in passato: l’uso di solventi, l’integrazione di altri materiali e persino la modifica di pezzi esistenti. Questo ha influenzato profondamente il mio modo di progettare, perché considero ogni nuovo modello come un investimento a lungo termine.

Ogni opera è pensata per durare e per viaggiare in esposizione. Avere un nuovo fornitore di mattoncini mi consente di progettare con meno vincoli su colori e forme. L’introduzione di tessuti e corde per ricostruire i velaria di anfiteatri e teatri ha arricchito sia l’aspetto narrativo sia quello ingegneristico. La verniciatura in oro di alcuni pezzi aumenta il realismo di dettagli come la cupola del Pantheon.

Per quanto riguarda la modifica dei mattoncini, cerco di limitarla il più possibile, mantenendo una certa coerenza. Alla fine, però, queste opere sono ricostruzioni architettoniche e artistiche: è importante, quindi, comportarsi come un modellista e come un artista.

Ci sono soluzioni costruttive o scelte tecniche che oggi consideri una firma riconoscibile del tuo lavoro?

È una domanda interessante, e credo che la coerenza tra le opere sia fondamentale, soprattutto nel mio caso, dato che tutto il mio lavoro personale è realizzato nella stessa scala 1:650. Non so se esista una vera e propria “mossa distintiva”, ma ci sono sicuramente molte tecniche che si ripetono da un modello all’altro.

Cerco però sempre di non usare le stesse soluzioni sugli stessi edifici. I teatri romani, ad esempio, presentano spesso più livelli di arcate sulle facciate esterne. Se osservi la Fase III di SPQR, noterai che il Teatro di Pompeo e l’Odeon di Domiziano sono affiancati, ma utilizzano tecniche differenti per le facciate.

Questo è possibile grazie all’uso di nuovi pezzi nel secondo edificio, ma è anche storicamente giustificato, dato che l’Odeon era più recente di alcuni secoli rispetto al Teatro di Pompeo. Non è una garanzia di maggiore raffinatezza, ma è un esempio di come tecniche diverse possano suggerire una cronologia senza doverla spiegare a ogni visitatore.

Aggiungo inoltre una tile personalizzata con la mia firma incisa su ogni opera completata. SPQR è l’unica eccezione, perché non è ancora conclusa.

La tua Roma è un progetto potenzialmente infinito. C’è un monumento o un’area che consideri una tappa simbolica una volta completata?

È sempre utile avere alcuni punti di riferimento iconici in ogni nuova fase del progetto. Anche se molti visitatori sono felici di vedere qualsiasi nuova espansione, è importante che ogni fase abbia momenti forti.

Nella Fase III, questi momenti sono stati il Pantheon e, in misura minore, il Teatro di Pompeo. Nella Fase II lo sono stati le Terme di Traiano e i Fori Imperiali. La Fase I, invece, era interamente incentrata sul cuore di Roma: Isola Tiberina, Campidoglio, Foro Romano, Colosseo, Palatino e Circo Massimo.

La difficoltà futura è che le strutture più famose rimaste sono più distanti tra loro. Credo quindi che l’interesse si sposterà sempre più sul paesaggio. Quando tutte e sette le colline saranno rappresentate, i visitatori potrebbero divertirsi a riconoscerle una per una. L’espansione verso gli horti offrirà un contrasto cromatico forte tra il verde e il nucleo urbano.

Le Terme di Caracalla e di Diocleziano potrebbero diventare i complessi edilizi più grandi che abbia mai ricreato. E poi c’è il Tevere, con Trastevere e il colle Vaticano, che permetteranno di raccontare una Roma più ampia, spesso meno associata ai monumenti del centro.

Non so dire quanto tempo servirà per “completare” quest’opera. In genere penso alla fase successiva solo mentre sto costruendo quella attuale. Credo di sapere dove si svilupperà la Fase IV, ma per ora non vado oltre. Molto dipenderà dal supporto che il progetto riceverà. Per chi lo desidera, offro contenuti esclusivi e accesso anticipato tramite la mia pagina Patreon, che aiuta a sostenere questo progetto portato avanti da una sola persona.

“Brick Odyssey” segna una tappa importante del tuo percorso. Cosa rappresenta questa mostra e come riflette la tua visione dell’architettura raccontata attraverso i mattoncini LEGO®?

Prima di scegliere il titolo “Brick Odyssey”, avevo definito il sottotitolo: “Un viaggio globale attraverso l’architettura senza tempo”. Questo è l’obiettivo della mostra. Accompagnerà i visitatori attraverso culture e luoghi diversi, uniti da una scala comune, da un mezzo espressivo condiviso e dal riconoscimento dell’eredità architettonica che ha plasmato la storia.

È anche una storia raccontata dal mio punto di vista, ed è per questo che il termine Odyssey è perfetto. Ho iniziato costruendo grattacieli a 14 anni, poi li ho inseriti in paesaggi geograficamente accurati. In seguito, grazie alla mia formazione in architettura, mi sono avvicinato agli stili storici. L’ultimo tassello è stato ricreare paesaggi storici che non esistono più, come la Roma del IV secolo o la Gerusalemme del I secolo.

Non è stato un percorso lineare. Ho affrontato deviazioni, missioni secondarie e numerosi ostacoli, e non ho ancora raggiunto la meta. Questo mi ricorda molto il viaggio di Ulisse, costellato di prove prima del ritorno a casa.

Come artista, sono costantemente alla ricerca della verità e di una condivisione consapevole del passato, per contribuire a orientare il nostro futuro incerto. I brand non hanno alcun ruolo in tutto questo. Ciò che conta davvero sono i mattoncini e le esperienze condivise in questi luoghi senza tempo, e spero che lo siano anche per chi vivrà Brick Odyssey nel prossimo futuro.

Un sentito grazie a Rocco J. Buttliere per la disponibilità, la passione e la generosità con cui ha condiviso il dietro le quinte di un progetto così ambizioso. SPQR non è solo una straordinaria ricostruzione architettonica, ma una dichiarazione d’amore per la storia, la ricerca e la creatività. Un’opera che lascia il segno e che continua a crescere, proprio come la città che rappresenta.

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